Colazione da re e l’ansia se ne va… o quasi – Intervista a Luca Avoledo

uovaAnsia e stress: un’alimentazione corretta e un po’ meno dolce sono fattori indispensabili per tenere a bada questi due “mostri” del nostro tempo. Parola di Luca Avoledo, naturopata esperto di ecologia del corpo, alimentazione e salute naturale, incontrato durante l’ultimo OlisFestival. Ecco cosa ci ha raccontato

Qual è il legame tra ansia e stress da una parte e cibo dall’altra?
Il cibo è in grado di interferire positivamente con la nostra produzione ormonale, in particolare con la produzione di insulina. Secondo diversi studi, i livelli di glicemia che l’insulina va a riequilibrare sono correlati a tutta una serie di squilibri di carattere chimico, interferendo anche con altri ormoni, come l’adrenalina. Quando si abbassano troppo gli zuccheri nel sangue, il corpo si ferma e produce cortisolo: in pratica ha la stessa reazione di stress che manifesta di fronte a un pericolo. L’alimentazione italiana, molto ricca di carboidrati, innesca questo tipo di conflitti glicemici e quindi favorisce anche tutta una serie di manifestazioni psicologico emotive come lo stress, l’ansia, l’insonnia. E’ ovvio che non si possono curare le forme d’ansia molto gravi solo cambiando l’alimentazione, però il fattore alimentare è imprescindibile e addirittura esistono alcune forme d’ansia che hanno un carattere esclusivamente alimentare.

Quindi chi per consolarsi ha l’abitudine di consumare dolci fa un errore doppio?
Senza dubbio. C’è la tentazione di cercare una compensazione nello zucchero, ma l’effetto benefico è di breve durata: dopo l’intervento dell’insulina nel sangue, gli zuccheri tornano a un livello bassissimo e noi quindi torniamo a cercare nuovi dolci. Inneschiamo un circolo vizioso, la cosiddetta fame nervosa: cerco dolci, mi soddisfano per un po’, poi quando l’effetto finisce cosa vado a cercare? Non certo proteine, ma… nuovi dolci!

La nostra colazione è abitualmente dolce… ci dai qualche consiglio?
Una colazione molto dolce è sicuramente sbagliata; mangiare qualcosa di dolce no, nel senso che la mattina è sicuramente il periodo meno negativo della giornata per questo tipo di alimenti. E’ molto importante evitare una colazione sempre dolce: l’italiano medio al mattino mangia solo biscotti, brioches e merendine… Dobbiamo capire che si tratta di un momento importantissimo anche per riuscire a gestire bene ansia, stress e stanchezza: deve essere abbondante e varia, fatta di cibi sani, compresi i cibi proteici. Non sto ovviamente suggerendo di mangiare il brasato con la polenta di primo mattino… però possiamo imparare dagli americani, dagli inglesi o dai tedeschi: facciamo una colazione salata, che non vuol dire con tanto sale, ma con qualche alimento proteico. Mangiamo tanto e in modo sano, con cereali integrali – per esempio se il pane è fatto in casa è meglio, possiamo variare con più facilità – introduciamo sempre una fonte proteica nobile e prendiamo in considerazione le uova… per il primo pasto della giornata sono perfette!

Parli spesso dell’importanza di ridurre progressivamente, dalla colazione alla cena, la quantità di cibo che ingeriamo durante il giorno: anche questo consente di gestire meglio gli stati di ansia e stress?
Certo, influisce profondamente. Secondo tanti studi, fare una colazione ricca, un pranzo per così dire “normale” e una cena leggera è il metodo migliore per rispettare la nostra normale produzione di ormoni (compresa l’endorfina, ormone del benessere) e anche per gestire al meglio le situazioni stressanti e di stanchezza… ecco perché curare l’alimentazione è davvero importante per il nostro benessere psicofisico.

Per saperne di più su questi temi, potete cliccare su questo link.

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Feng Shui, un percorso verso l’armonia interiore

fengshuiL’ambiente che ci circonda influenza il nostro umore e la nostra vita: quante volte entrando in una casa o in un ufficio ci siamo sentiti “accolti”, mentre in un altro luogo ci siamo sentiti “respinti” o a disagio?

L’antichissima arte cinese del Feng Shui può essere uno strumento per conoscere meglio se stessi e vivere in armonia con il posto in cui abitiamo. Parola di Paola Neglia, insegnante e consulente esperta di Feng Shui, che ci ha raccontato qualcosa di più in occasione dello scorso OlisFestival.

Che funzione ha il Feng Shui?
Questa disciplina antichissima ha la funzione di aiutare le persone a ritrovare il proprio benessere attraverso la sistemazione degli ambienti.

Quali risvolti psicologici può avere?
Tanti, perché l’ambiente dove abitiamo è lo specchio di noi stessi: sistemiamo l’ambiente per come siamo e soprattutto per il momento di vita che stiamo vivendo. Il nostro compito è quindi capire se l’ambiente che ci circonda sta accompagnando il nostro percorso di vita oppure no.

Come ci accorgiamo che stiamo vivendo in un ambiente poco adatto ai nostri bisogni?
Perché facciamo fatica a fare quello che ci proponiamo. Magari ci impegniamo tanto a trovare un lavoro o un compagno ma non ci riusciamo, anche se non ci manca assolutamente nulla per avere successo e abbiamo tutte le carte in regola. Oppure avvertiamo un disagio, non ci piace il colore delle pareti, continuiamo a spostare gli oggetti, appena portiamo qualcuno a casa ci litighiamo, mentre fuori no. I segnali possono essere tanti, dobbiamo imparare a riconoscerli.

Quindi modificando l’ambiente possiamo anche modificare noi stessi?
Si, questo è il punto chiave meno capito del Feng Shui: non è un arredamento, è proprio un lavoro personale. Ogni stanza della casa corrisponde a un organo vitale, a un’emozione e a una persona della famiglia: lavorare sull’armonia degli ambienti vuol dire contribuire a far star bene tutti.

Per approfondire, www.livingnaturally.it

I fiori delle dee – intervista a Marisa Raggio

chicory_blueLo studio degli archetipi divini in relazione al benessere femminile non è prerogativa della psicanalisi. Ne abbiamo parlato con la floriterapeuta Marisa Raggio, dell’Unione di floriterapia di Milano, che abbiamo intervistato durante la prima edizione dell’Olis Festival

Da quanto tempo lavori sugli archetipi femminili? Ti sei ispirata agli studi di Jean Bolen?
Ho tenuto la prima lezione sugli archetipi all’Unione di floriterapia nel 2003. Sì, la Bolen è importante perché è la grande divulgatrice di questa tematica, ma non l’unica. Il mio obiettivo è far capire che sono state tante le donne junghiane che hanno portato avanti il concetto di archetipo di Jung riguardo al femminile…

Tu lavori con fiori di Bach e fiori californiani: come si conciliano le due cose, cioè la ricerca sugli archetipi e i fiori?
Ritengo che i due fattori lavorino in sinergia. Il 90 per cento dei miei clienti è sempre stato composto da donne, quindi si lavora molto sulle tematiche del femminile. Patricia Kaminski, coi fiori californiani, ha sviluppato il concetto di Bach originario: partendo da Chicory, incarnazione del principio femminile, ne ha poi scomposto i vari aspetti che si sposano molto bene con le dee della mitologia greca, alla base del nostro pensiero occidentale. Noi non diciamo che le dee sono archetipi, ma incarnazioni archetipiche, ossia diverse manifestazioni dell’archetipo del femminile… quindi scomposto. La cultura maschilista della Grecia antica imponeva che il principio femminile non fosse più racchiuso in un’unica dea, ma fosse appunto scomposto invece in tanti aspetti.
E quindi, quando lavoro con le donne, associo alcuni fiori californiani legati agli aspetti del femminile che la donna mi presenta, o in eccesso o in carenza. In particolare è interessante notare come questi fiori che agiscono sulle tematiche femminili siano tutte bulbose, che analogicamente rimandano subito all’utero. L’altro fiore potentissimo e usatissimo sul femminile è il melograno, che compare in tutta l’iconografia antica associato alla Vergine Maria e alle dee.

Il tuo sito si chiama “Il canto di Estia“. Perché hai scelto proprio questa dea per rappresentarti?
Intanto per un dato anagrafico… e poi perché ritengo che Estia sia un punto di arrivo per ogni donna. Tutte le dee non sono né buone né cattive, ma hanno polarità positive e polarità negative; ritengo però che Estia, in particolare, rappresenti il massimo della centratura, è una dea associata al concetto di setting terapeutico. In qualche modo il suo focolare rappresenta il fuoco dei fiori, che non si spegne mai.

Lo studio sui fiori continua tuttora. Come sta influendo il riscaldamento globale sulla perdita delle specie che possono fornire un aiuto concreto alle persone?
Stiamo avendo un problema molto grosso in questo momento con Elm, ossia l’olmo inglese, perché ormai è quasi estinto, aggredito da una forma di parassita. L’altro fiore ormai quasi introvabile, perché ha bisogno di corsi d’acqua incontaminati, è la violetta d’acqua, Water violet, che si trova sempre più raramente.
Nonostante ciò, credo sia giusto continuare a studiare e a cercare essenze floreali: l’obiettivo è che ci aiutino in un percorso non solo individuale, ma anche globale, per curare l’anima del mondo e non solo quella delle persone.

Lo yoga è un gioco da ragazzi – Intervista a Lorena Pajalunga

I bimbi imparano meglio tramite i giochi: lo sa bene Lorena Pajalunga, insegnante di yoga, presidente dell’Associazione italiana yoga per bambini e creatrice del metodo Giocayoga® con cui da anni insegna ai più piccoli le antiche tecniche indiane. Ecco il suo racconto

Come nasce l’idea di creare un’associazione per insegnare lo yoga ai bambini?
Nasce da un’esigenza da una parte, da un po’ di delusione dall’altra, perché di fatto non c’era qualcuno che si interessasse in particolare a questi temi. Mi sono resa conto che c’era tanta gente che faceva un lavoro meraviglioso nella sua città, ma senza essere in contatto con gli altri. Quindi l’idea è stata quella di creare la famosa “rete” per mettere in contatto chi si occupa di questo tema, tante persone che mettono insieme i loro saperi a disposizione di chi si occupa di educazione.

Qual è l’età dei bambini con cui lavorate?
L’età dei bambini a cui ci rivolgiamo continua a diminuire: finora abbiamo proposto lavori per bambini dalla materna in avanti, ci siamo resi conto (perché c’è un’esigenza di questo tipo) che in realtà occorre partire da prima.

Cos’è Giocayoga®?
Si tratta di un metodo messo a punto da me, nei miei tanti anni di esperienza, che da una parte vuole mantenere la pratica dello yoga con una visione il più possibile ortodossa, perché ho studiato in India e quindi ho una formazione molto tradizionale, ma che poi però va declinata a seconda di chi abbiamo di fronte, cioè i bambini, che sono in costante cambiamento ed evoluzione.

Chi si rivolge all’associazione? Mamme, scuole, enti?
Si rivolgono a noi le mamme, che di solito sono disperate! Quando arrivano da noi è perché hanno già provato tutte le altre discipline e hanno trovato poco giovamento. Aumenta inoltre la consapevolezza anche in chi si occupa di interiorità, di psicologia. Ma c’è anche un’esigenza più ampia e forse anche un po’ più strutturata, cioè quella delle scuole: si lavora a progetto ed è un’esperienza meravigliosa, perché con il gruppo classe si può svolgere un lavoro molto più specifico, a seconda delle richieste che ci fanno e che sono spesso legate ai disturbi di attenzione.

Lo yoga riesce ad aiutare in questo senso?
Sì se fatto con un po’ di costanza. Quando porto il mio lavoro nelle scuole dico sempre che il mio interesse non è quello di entrare e fare il progetto, perché questa fase dura poche settimane: quando lo specialista va via, si perdono i benefici raggiunti. Il nostro obiettivo come associazione, da cui nasce il master per la formazione, è quello di formare gli insegnanti che rimangono tutti i giorni a contatto coi bambini affinché facciano anche poco, ma protratto nel tempo. Immaginiamo cosa può essere una pratica di yoga proposta per 5 anni di seguito alle elementari o per tre anni alle medie… è così che si fa il cambiamento!

Infanzia, disabilità, ambiente e yoga – l’esperienza di Clemi Tedeschi

Lo yoga aiuta tutti a stare meglio, anche i bambini e soprattutto i disabili. Parola di Clemi Tedeschi, presidente dell’Associazione italiana pedagogia yoga (Aipy), insegnante della scuola primaria da 34 anni e di yoga da 27 anni. L’abbiamo incontrata allo Yogafestival di Milano lo scorso 13 ottobre. Ecco cosa ci ha raccontato

Con Aipy avete presentato l’iniziativa Yoga per crescere: di che cosa si tratta?
E’ un programma di formazione per insegnanti di yoga dell’età evolutiva ed è molto mirato all’inserimento nella scuola dell’obbligo. Prevede un percorso per bambini dai 3 anni fino all’adolescenza e comprende anche un percorso per i bisogni speciali, cioè per la disabilità. Il taglio che abbiamo dato è interculturale e pone molta attenzione all’ambiente.

Qual è l’obiettivo dell’associazione?
Il mio scopo non è che i bambini imparino la disciplina tradizionale e facciano gli asana per bene, ma è quello di mettere a disposizione lo yoga per la loro crescita personale, anche perché il loro ego è in fase di strutturazione e quindi non è il caso di proporre pratiche che rischino di “dissolverlo”. Poi sono nella fase della socialità, in cui escono dalla famiglia e devono imparare a stare con gli altri e a condividere, cioè a conoscere le proprie emozioni, riconoscerle negli altri, imparare a cooperare per dei fini comuni, sempre nel rispetto delle regole condivise. Lo yoga produce quell’apertura che è alla base della condivisione. Secondo me se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo partire dai bambini e dalla scuola e lo yoga può essere un ottimo strumento.

Come accolgono i ragazzi e i disabili l’insegnamento dello yoga?
Benissimo! Quando ho iniziato a proporre lo yoga nelle scuole, negli anni 90, dovevo farlo un po’ da clandestina. E’ stato un percorso un po’ lungo, ma adesso addirittura sono proprio le mie colleghe ad obbligarmi a fare yoga! Tutto è nato dalle famiglie e dai bambini, soprattutto. Qualche anno fa sono uscita dalla mia scuola chiamata come consulente nelle scuole materne. Mi hanno “provata” un anno, poi le insegnanti volevano archiviare l’esperienza come l’ennesimo progetto finito. I bambini di 3 anni hanno inscenato una protesta e le maestre hanno dovuto richiamarmi per fare di nuovo yoga. I bambini sanno cosa fa loro bene e cosa no. Lo yoga tocca delle corde molto profonde, si agisce su tutte le sfere, fisica, mentale, spirituale. Si arriva alla parte spirituale anche con i disabili, anzi, forse con i disabili ci si arriva ancora prima, perché nonostante le limitazioni fisiche o mentali, hanno grandi antenne e un ego non troppo strutturato.

Lavori da tanto tempo con i disabili?
Ho iniziato una decina di anni fa con un percorso innovativo per l’epoca, che ha dato risultati insperati. Ora le educatrici che hanno sempre frequentato le mie lezioni continuano e ogni tanto mi chiamano come consulente. Il bambino disabile è ormai perfettamente inserito nelle classi e partecipa tranquillamente, essendo anche valorizzato nel gruppo dello yoga, cosa che magari non accade nelle comuni attività di classe.

Cosa intendi quando parli di yoga e sostenibilità ambientale?
Lo yoga è nato in India 4.000 anni fa, quando non c’era il problema dell’ecologia… secondo me bisogna sposare l’essenza dello yoga, non le coloriture particolari. A me capita a volte di proporre attività che apparentemente sono fuori dalla tradizione, ma che in realtà lo sono più di altre che sono solo superficialmente aderenti alla proposta. Tornando alla sostenibilità: ho deciso di integrare il programma con percorsi che favoriscono la connessione con l’ambiente, il sistema di valori tradizionali con il rispetto per la terra. Sono convinta che per il pianeta sia necessaria la cooperazione tra popoli: come dico sempre, siamo figli della stessa tela e della stessa terra, appunto.